28/07/2026
Il trauma non si supera dimenticandolo.
Si attraversa.
E per attraversarlo serve prima di tutto riconoscerlo.
Ci sono eventi che non passano
solo perché il tempo va avanti.
Esperienze che, anche se apparentemente lontane, continuano a vivere nei nostri gesti,
nelle relazioni che scegliamo,
nei pensieri che si ripetono.
A volte il trauma è fatto di assenze,
di parole non dette, di sguardi evitati.
Altre volte si nasconde nei meccanismi
che tanto ci proteggono ma che al tempo stesso
ci isolano da tutti, da tutti, da noi stessi.
Il trauma non è l’evento in sé,
ciò che effettivamente è accaduto.
È ciò che accade dentro di noi quando quel qualcosa eccede le nostre capacità di comprenderlo, contenerlo, dargli un senso.
È una frattura nella nostra storia interna,
una crepa da cui il presente si distorce
e il futuro si restringe.
Spesso pensiamo di aver “superato”
qualcosa solo perché non ne parliamo più.
Ma il corpo ricorda, le relazioni lo mettono in scena, e il nostro modo di proteggerci lo conserva, mettendoci sempre in allerta.
Il trauma non è solo una ferita individuale.
È una ferita che si colloca nel tempo psichico
e in quello relazionale.
E non si trasforma negandola, ma narrandola, contenendola, collocandola dentro una relazione significativa.
Non si tratta di riaprire ferite per soffrire ancora.
Ma di evitare che, ignorandole,
siano loro a decidere chi diventiamo.
Forse la vera domanda non è
🟢“perché mi sento ancora così?”
ma:
🟢“che cosa sta ancora cercando di raccontarmi ciò che allora non poteva essere ascoltato?”