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ddlab ddlab un brand di moda gentile, inclusiva che ha rispetto del valore del tempo.

Se penso a un cappotto, faccio fatica a considerarlo un acquisto per “questa stagione”.Un cappotto entra nella quotidian...
02/11/2026

Se penso a un cappotto, faccio fatica a considerarlo un acquisto per “questa stagione”.

Un cappotto entra nella quotidianità. Lo metti per andare al lavoro, per uscire la sera, sopra un vestito elegante e sopra un maglione. Lo indossi decine e decine di volte e, se è quello giusto, a un certo punto smetti persino di pensarci.

Per questo mi piace dire che un cappotto dovrebbe durare almeno sei inverni.

Non è una formula matematica e non significa che al settimo dobbiamo salutarlo. È un modo per cambiare prospettiva.
Perché se immagino di indossare qualcosa per anni, improvvisamente guardo cose diverse.

Non mi interessa soltanto se mi piace adesso. Voglio capire come è costruito, che rapporto ha il tessuto con quella forma, come sono pensati gli interni, come cade sulle mie proporzioni. E soprattutto provo a chiedermi se sto scegliendo qualcosa che mi rappresenta davvero o qualcosa che mi piace perché, in questo momento, lo vedo ovunque.

Per me la durata comincia molto prima che un capo entri nell’armadio.
Comincia nel modo in cui è stato progettato e continua nel modo in cui viene scelto.

È anche per questo che in ddLab, quando lavoriamo su un cappotto, non penso mai soltanto all’inverno che sta arrivando.
Mi interessa molto di più immaginare tutti quelli che verranno dopo.

— Donatella
ddLab Moda Gentile | Atelier sartoriale a Milano | Via Lario 11

Da quando ho la vetrina su strada, passo molto tempo a osservare le persone che passano davanti all’atelier. E questa se...
31/10/2026

Da quando ho la vetrina su strada, passo molto tempo a osservare le persone che passano davanti all’atelier.

E questa settimana mi sono soffermata soprattutto sui loro sguardi.

Si sente, in questo periodo, quanto pesi tutto: sui volti c’è una stanchezza che prima forse notavo meno. Ma una cosa mi ha colpita, e continuo a ripensarci.

Quando qualcuno si ferma davanti alla mia vetrina, per quindici, venti secondi cambia qualcosa. Le persone guardano gli abiti, si soffermano sui dettagli, a volte sorridono.

È come se per un istante il pensiero riuscisse ad allontanarsi da tutto quello che c’è fuori, e si concedessero un piccolo momento di leggerezza. Di bellezza. Forse persino di desiderio.

Poi, all’improvviso, una preoccupazione li richiama. Il sorriso si spegne, lo sguardo torna serio, e riprendono a camminare.
Mi ha fatto riflettere tanto.

Perché ho avuto la sensazione che oggi non sia difficile soltanto acquistare un abito, ma persino concedersi di desiderarlo. Come se anche solo immaginare qualcosa di bello fosse diventato un gesto da interrompere, perché c’è sempre un pensiero più urgente che reclama attenzione.

Non so davvero cosa passi per la testa a quelle persone, certo. Ma è questa la sensazione che mi hanno lasciato i loro occhi. E allora ho pensato al ruolo che può avere un atelier come il mio.

Non soltanto un posto dove si realizzano e si indossano abiti, ma uno spazio capace di regalare, anche a chi non entrerà mai, quei pochi secondi di bellezza.

Forse, oggi più che mai, abbiamo bisogno anche di questo.

29/10/2026

C’è una frase che Francesca mi ha detto e che non smetto di ripensare.

Era venuta in atelier per realizzare un sogno che custodiva da più di vent’anni, e alla fine ha voluto raccontarlo, con un motivo preciso.

“Certi sogni si realizzano in fretta, quando incontri le persone giuste”, mi ha detto.

Ma soprattutto voleva parlare a chi, come lei, convive ogni giorno con una difficoltà fisica, per un’operazione, una protesi, qualcosa che a volte non risponde come vorremmo.

Le sue parole le porto con me: “È difficile la quotidianità con un corpo che ha qualcosa che non funziona bene. Ma quando quel corpo trova un ambiente su misura, la quotidianità diventa molto più godibile.”

Ecco, “un ambiente su misura”. Non l’ho mai sentito dire meglio. Perché è esattamente quello che provo a fare in atelier: accogliere il corpo reale di chi ho davanti, con la sua storia, e costruirgli intorno qualcosa in cui stare bene.

Grazie Francesca, per la fiducia e per quello che hai voluto condividere.

Stiamo raccogliendo le informazioni che ci servono per iniziare a progettare.Perché un vestito non deve semplicemente “a...
27/10/2026

Stiamo raccogliendo le informazioni che ci servono per iniziare a progettare.
Perché un vestito non deve semplicemente “avere le tue misure”. Deve permetterti di camminare, sederti, alzare un braccio, respirare, vivere normalmente senza passare il tempo a tirarlo giù, sistemarlo o chiederti perché faccia quella piega proprio lì.

Ed è qui che entra in gioco la modellistica.

Anna ed io possiamo partire dalle stesse misure e costruire cartamodelli diversi a seconda del capo che vogliamo ottenere e, soprattutto, del tessuto che abbiamo scelto.
Un materiale fermo ha bisogno che quello spazio venga progettato. Un materiale elastico, invece, può richiedere addirittura che alcune misure vengano ridotte, proprio perché sarà il tessuto ad adattarsi al corpo.

È una parte del lavoro che, quando il capo è finito, difficilmente si vede.
Ma si sente.
Si sente quando ti siedi senza pensarci. Quando una spalla rimane al suo posto. Quando il vestito segue un movimento invece di contrastarlo.

E forse una delle definizioni di buona vestibilità che preferisco è proprio questa:
quando il capo funziona così bene che, a un certo punto, smetti di accorgerti che sta lavorando.

Stiamo raccogliendo le informazioni che ci servono per iniziare a progettare.Perché un vestito non deve semplicemente “a...
21/10/2026

Stiamo raccogliendo le informazioni che ci servono per iniziare a progettare.

Perché un vestito non deve semplicemente “avere le tue misure”.

Deve permetterti di camminare, sederti, alzare un braccio, respirare, vivere normalmente senza passare il tempo a tirarlo giù, sistemarlo o chiederti perché faccia quella piega proprio lì.
Ed è qui che entra in gioco la modellistica.

Anna ed io possiamo partire dalle stesse misure e costruire cartamodelli diversi a seconda del capo che vogliamo ottenere e, soprattutto, del tessuto che abbiamo scelto.

Un materiale fermo ha bisogno che quello spazio venga progettato. Un materiale elastico, invece, può richiedere addirittura che alcune misure vengano ridotte, proprio perché sarà il tessuto ad adattarsi al corpo.

È una parte del lavoro che, quando il capo è finito, difficilmente si vede.
Ma si sente.

Si sente quando ti siedi senza pensarci. Quando una spalla rimane al suo posto. Quando il vestito segue un movimento invece di contrastarlo.

E forse una delle definizioni di buona vestibilità che preferisco è proprio questa: quando il capo funziona così bene che, a un certo punto, smetti di accorgerti che sta lavorando.

20/10/2026

Prima dei costumi di Romeo e Giulietta, c’è stato un pomeriggio a cui tengo molto.

Ho tenuto un laboratorio di pittura su tessuto con i ragazzi della compagnia di Eloiseloro con cui sto lavorando allo spettacolo.

Avevo confezionato per loro dodici t-shirt in jersey di cotone, morbide e semplici, volutamente senza rifiniture: dovevano essere una tela da riempire, non un capo già finito.

Poi ho chiesto loro una cosa sola: provare a portarci sopra un’immagine, un’emozione, una sensazione che non riuscivano ad esprimere a parole. E ognuno ha dipinto qualcosa di sé, a modo suo. Vederli lavorare così è stato uno di quei momenti che non si dimenticano.

Per me un abito è esattamente questo: un modo di raccontare chi sei, anche quando le parole non bastano. Ecco perché da quel pomeriggio è nato tutto il resto.

Nei prossimi contenuti vi porto dentro il progetto dei costumi.

sartoriale

19/10/2026

Quando Francesca è arrivata in atelier per il suo corsetto, era convinta di una cosa: che un capo così non fosse fatto per lei.

Me lo ha raccontato con le sue parole. Aveva attraversato un’operazione importante, e con essa cicatrici, fastidi, una diversa percezione del proprio corpo.

“Mai avrei pensato di poter indossare qualcosa di così generoso nel mostrare”, mi ha detto. “E mai avrei pensato che sarebbe stato comodo.”

Il nostro lavoro è partito da lì: da lei, da come voleva sentirsi, da cosa la metteva a disagio e da cosa invece desiderava. Abbiamo alzato la scollatura dove serviva, calibrato le proporzioni sul suo corpo reale, costruito il corsetto perché fosse comodo davvero e giusto per quello che cercava.

Alla fine Francesca ha indossato qualcosa che non credeva possibile. Ed è questo, per me, il senso più profondo del su misura: costruire un vestito che somigli alla persona, esattamente com’è.

ateliermilano

Quando ho iniziato a lavorare a questo progetto mi sono resa conto che il primo ostacolo non era immaginare come vestire...
14/10/2026

Quando ho iniziato a lavorare a questo progetto mi sono resa conto che il primo ostacolo non era immaginare come vestire Romeo e Giulietta.

Era riuscire a smettere di vederli come li avevo sempre visti.
Perché alcuni personaggi arrivano fino a noi con un guardaroba già pronto. Li abbiamo incontrati nei libri, nei dipinti, al cinema, a teatro.

Abbiamo costruito un immaginario talmente forte che sembra quasi impossibile separarli da certe forme, certi colori, certe atmosfere.

Ma questa volta la storia cambia tono. E quindi anche il costume deve cambiare prospettiva.

È una delle cose che trovo più interessanti di questo progetto: un costume non serve semplicemente a collocare un personaggio in un’epoca. Deve aiutare a raccontare chi è quel personaggio in quella specifica storia.

Per questo sono partita dal copione, dai movimenti, dalle personalità e dalle relazioni. Solo dopo sono arrivati i bozzetti, i tessuti, le forme.

E più ci lavoro, più mi accorgo che il processo non è poi così distante da quello che succede ogni giorno in atelier.
Anche lì potrei partire da un vestito.

Preferisco partire da chi dovrà indossarlo.
Con Romeo e Giulietta sto facendo la stessa cosa. Solo che questa volta posso permettermi di inventare un po’ di più.

E non vedo l’ora di farvi vedere dove ci porterà.

Sono appena tornata da due giorni a Silvia Incontra, e ho bisogno di raccontarveli, perché mi sono rimasti addosso.Sono ...
12/10/2026

Sono appena tornata da due giorni a Silvia Incontra, e ho bisogno di raccontarveli, perché mi sono rimasti addosso.

Sono venute donne da Bergamo, da fuori Milano, solo per conoscermi di persona. In tante mi seguivate da tempo, ma soltanto da lontano, e incontrarvi davvero, potervi mettere un tessuto tra le mani, è stata tutt’altra cosa.

C’è un incontro, in particolare, che non dimentico. Una signora venuta da Genova mi ha detto: “Ti seguo dall’inizio, ed è bellissimo vedere la tua evoluzione”.

Poi ha aggiunto una frase che continuo a ripensare: “Fai cose stupende, ma io vivo in un paesino, non avrei occasione di metterle, mi resterebbero nell’armadio”. Lì per lì le ho sorriso, ma ci ho pensato a lungo.

È vero, il contesto conta. Però non credo che debba limitare il tuo modo di essere: per vivere bene, certe volte, ci vuole un po’ di coraggio. Anche solo quello di indossare, dove vivi, un capo che ti somiglia.

In tanti, in quei giorni, si sono fermati per lo stesso motivo: toccare i tessuti, guardare le finiture, capire che dietro ddLab c’è una vera realtà sartoriale, cucita in Italia. È la cosa che attraverso uno schermo faccio più fatica a trasmettere, e che da vicino si capisce in un attimo.

Alla fine quello che mi porto a casa sono le persone, le facce, le conversazioni. Grazie a chi è venuto a trovarmi in Via Tortona. Ci vediamo presto, magari in atelier.

sartoriale

Indirizzo

Via Lario 17
Milano
20159

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 18:00
Martedì 10:00 - 18:00
Mercoledì 10:00 - 18:00
Giovedì 10:00 - 18:00
Venerdì 10:00 - 18:00

Telefono

+393493832712

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