16/12/2020
Due cavalli American Quarter Horse, Wilma e Blu. Un gallo, Raimondo. E poi ancora cinque galline - Sandra, Donatella, Pinta, Balù e Adele -, la cagnolina Safira e un inquilino timido e indipendente, un frustone (così in Toscana viene chiamato il biacco) che tiene lontani i topini di campagna dalla stalla dei due amati cavalli. «Sono tutti miei colleghi di lavoro» ride Jessica Pellegrini, 46 anni, montalcinese di dentro alle mura, vignaiola naturale la cui etichetta nella zona di Montosoli, Fattoria del pino, è sempre più sugli scudi. Il suo amore per gli animali non è un vezzo, ma il riflesso del manifesto filosofico-produttivo in cui crede fermamente: «Gli animali tengono in equilibrio questo luogo» spiega «e mi consentono di non usare prodotti chimici. Il frustone caccia i roditori dalla stalla, gallo e galline si occupano degli insetti e dei piccoli rettili. I cavalli concimano. Manca solo un gatto» riflette. «Ma è un animale un po’ ru****no e a me i ruffiani non mi garbano molto».
𝗟𝗮 𝘁𝘂𝗮 è 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗻 𝘀𝗽𝗼𝗹𝘃𝗲𝗿𝗼.
«Quello di 30 anni fa non era un versante “di moda” per via dell’esposizione a nord, più fredda e piovosa. Ora, con il cambiamento climatico, molti cercano di piantare qua. I miei vigneti sono tra i 400 e i 425 mslm. Ho cominciato con un ettaro, poi ne ho piantati altri 4 e mi sono messa zitta e boncitta a cercar di capire cosa avrebbe fatto la vite su questa terra. Ho passato 4 o 5 anni così: conferivo le uve a terzi, ogni tanto ridevo, altre piangevo, ma intanto imparavo. La mia prima vinificazione è del 2010. Prima di diventare produttrice? Facevo tutt’altro lavoro, avevo un negozio di abbigliamento a , il PJ, le iniziali del mio nome. Vendevo il confezionato e parallelamente mi sbizzarrivo con le forbici da taglio per fare piccole produzioni. Mi piaceva quella forma di artigianato».
𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗴𝗶𝗮𝗻𝗮 𝘀𝗶 𝗽𝘂ò 𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗹’𝗵𝗮𝗶 𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝘃𝗶𝗻𝗼 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲.
« , ma senza nessuna certificazione, né né . La certificazione sono io, non ho bisogno di vederlo scritto sulla bottiglia. Ognuno sceglie la strada che gli è più opportuna, io non voglio avere a che fare con carte e burocrazia».
𝗖𝗼𝘀𝗮 𝘃𝘂𝗼𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲, 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘁𝘂𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲?
«Il primo passo è in vigna. Tutte le lavorazioni vengono fatte rigorosamente a mano, a partire dalla cimatura. Non mi piace il taglio meccanico nel momento in cui la pianta è concentrata nell’accrescimento. Vedere uno sfrangiamento che sembra fatto da un coltello mi fa male all’anima. Oggi ho 1,5 ha a Rosso di Montalcino, un ettaro a e 3,5 ha a Igt Sant’Antimo Rosso che è un po’ la mia “stanza dei giochi”. Che ci siano delle regole come quelle del disciplinare in distretti come questo è fondamentale e importante per evitare sbagli di direzione. Ma è anche importante che un possa produrre un vino in grado di raccontare la sua visione, la sua essenza. Il contenuto di una bottiglia è sempre il frutto di decisioni del passato. Spesso sono scelte prese in un attimo. Puoi fare tutte le statistiche che vuoi, ma le sorti di una le decidi nel giro di 2 o 3 giorni e a volte devi ribaltare i tuoi piani. Per me è molto importante la pancia. Tutto quello che faccio, nasce da una decisione in cui ascolto sempre l’emozione che mi suscita o meno una certa scelta. E io difficilmente faccio scelte facili: se mi dai una regola, stai tranquillo che te la smonto. Sono di quell’indole lì, un po’ selvaggia. In vigna ho prato naturale, la maggior parte a inerbimento, perché qui c’è tantissima acqua. Preferisco lasciare le graminacee che crescono a giugno, l’erbetta bassa, i fiori selvatici che vanno dal giallo all’arancio, dal rosso al viola al blu. E le piantine grasse tipiche di questo suolo. Lavoro il terreno solo dopo la vendemmia, mentre durante la bella stagione la talpo con il rip-talpa, che sul mio trattore è fisso d’estate e d’inverno. L’erbetta che vedi, la mattina è piena di rugiada e mantiene un livello di umidità giusta e costante. Qui è tutto estremamente naturale, ecco».
𝗧𝘂𝘁𝘁𝗮𝘃𝗶𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗲𝗶 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗮𝗰𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗯𝗶𝗼𝗱𝗶𝗻𝗮𝗺𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗶ù 𝗼𝗿𝘁𝗼𝗱𝗼𝘀𝘀𝗮.
«Sono una sostenitrice dell’equilibrio, te l’ho detto. L’importante è finire ogni trattamento a luglio e tagliare raso l’inerbimento, facendo attenzione a non polverizzare il terreno. Da quel momento la pruina, la ceratura naturale della buccia del chicco d’uva, comincia ad acchiappare i lieviti naturali fondamentali per la fermentazione. È in quel momento che si attaccano all’acino. Se neutralizzassi questo fenomeno con un trattamento, quando l’uva entra in cantina farebbe fatica a fermentare. Ah, dimenticavo: c’è anche il rosario, nel libro delle mie regole (ride ndr)».
𝗟𝗲𝗴𝗴𝗲𝗻𝗱𝗮 𝘃𝘂𝗼𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗲𝗶 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗻𝗱𝗲𝗺𝗺𝗶𝗮 𝗶 𝘃𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼𝗹𝘁𝗼𝗿𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗿𝗲𝗱𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗻𝘀𝗶𝗮.
«Si entra in cantina con gli artigli tirati e ci si chiede: “Cosa succederà quest’anno? Che vino verrà fuori?”. Quando entro in cantina, per 3 o 4 giorni sto attenta a tutti gli odori e ai rumori. Quando dalle cisterne comincio a sentire come un ronzio, so che domani è festa: la fermentazione è partita».
𝗖𝗮𝗻𝘁𝗶𝗻𝗮 𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲, 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗽𝗼𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗜𝗹 𝗣𝗶𝗻𝗼 è 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘂𝗻 𝗰𝗮𝗻𝘁𝗶𝗲𝗿𝗲.
«L’obiettivo è quello di avere prima di tutto autonomia lavorativa. La casa per me è un lusso, sto anche in tenda. Non sono smaniosa di queste cose, tanto quando schianto non mi porto dietro nulla… Tutto questo materialismo io davvero non lo capisco».