25/08/2026
Il 26 agosto, per me, non è mai stato semplicemente il giorno del mio compleanno. Ho sempre avuto un rapporto piuttosto conflittuale con questa giornata, fatta di emozioni contrastanti che negli ultimi anni avevano trovato un equilibrio diverso. Ma c’era una cosa che, per quattordici anni, l’aveva resa speciale in un modo tutto nostro. Il 26 agosto è la Giornata Internazionale del Cane. E così, anno dopo anno, avevo finito per sentirlo un po’ come il nostro giorno. Quest’anno sarà diverso. Quest’anno sarà il primo 26 agosto senza Alvin. Ho aspettato prima di scrivere, perché le parole che normalmente arrivano anche nei momenti più difficili sembravano non bastare. E forse non esistono parole per raccontare cosa significhi perdere qualcuno che non è stato semplicemente…qualcuno. Non amo raccontare la mia vita privata. Chi mi conosce sa, che ho sempre cercato di mostrare soprattutto la mia realtà professionale: la Maison, gli abiti, i progetti, i sogni che negli anni ho trasformato in qualcosa di concreto. Ho sempre lasciato entrare sui social soltanto piccoli frammenti di Dalila, con una certa pudicizia, quasi con il timore che mostrare troppo di me potesse in qualche modo togliere valore alla professionista che sono. Questa volta, però, non sono riuscita a separare le due cose. Perché Isabel Pabo e Dalila, in fondo, non sono mai state due realtà distinte. E dentro entrambe, da quattordici anni, c’è stato Alvin. Per questo oggi sento il dovere di raccontarlo. Non soltanto perché chi mi conosce lo ha conosciuto, non soltanto perché per tanti clienti è stato la mascotte della Maison, ma perché Alvin è stato parte integrante del mio viaggio, della mia crescita e del sogno che ho costruito. Alvin è arrivato all’improvviso nella mia vita una fredda sera del primo dicembre di quasi quattordici anni fa. Io pensavo di averlo salvato, oggi so che è stato lui a salvarmi. È cresciuto insieme a me, insieme alla mia famiglia e al mio lavoro. Quando ho iniziato a muovere i primi passi a casa, era lì con me sul pavimento, con le sue zampe sui cartamodelli. Era accanto a me mentre drappeggiavo un abito, mentre tagliavo, mentre cucivo, mentre studiavo un modello. Se lavoravo per terra, lui era per terra con me. Se facevo una notte intera, lui era accucciato accanto me. Se cambiavo stanza, lui mi seguiva. Se mi fermavo, lui si fermava. Era sempre lì, nelle giornate più lunghe e nelle notti più stancanti. Non gli importava dove fossi o cosa stessi facendo. Gli bastava esserci. E forse è proprio questa la parola che più di tutte mi fa pensare a lui:Alvin c’era SEMPRE.
Il mio primo abito da sera è dedicato a lui. E forse non è un caso. Perché mentre io costruivo il mio sogno, lui era lì a guardarmi costruirlo. Mentre io imparavo a diventare la professionista che sono oggi, lui era lì. Mentre nasceva Isabel Pabo, lui era lì. Per questo, quando penso a Isabel Pabo, non posso pensare soltanto ad abiti, tessuti, cartamodelli, ai clienti, alle notti trascorse a lavorare. Penso anche a due occhi che mi guardavano, a un muso appoggiato vicino alle mie gambe, a un compagno silenzioso che ha attraversato con me ogni fase della mia vita. Alvin non è stato semplicemente la mascotte della maison, è stato il mio compagno di viaggio, il mio collega più fedele, il mio amico, mio fratello, un figlio, la mia famiglia, il mio rifugio, il mio punto fermo, il mio TUTTO. E non esiste una sola parola capace di descriverlo completamente. Perché l’amore che ho ricevuto da lui non l’ho mai ricevuto da nessuno. Era un amore assoluto, puro, silenzioso, incondizionato. Un amore che non chiedeva spiegazioni, che non chiedeva che fossi forte o che stessi bene. Semplicemente c’era. Quando nessuno c’era, Alvin c’era. Quando io vacillavo, lui era li. E non lo dico soltanto in senso figurato: Alvin mi ha salvato la vita più volte, nel vero senso della parola. È stato il mio medicinale durante i miei attacchi d’ansia e panico, di cui ho sofferto per anni e di cui forse nessuno si è mai accorto. Lui sì. Lui ha sempre saputo tutto. Sapeva quando stavo male prima ancora che riuscissi a dirlo, sapeva quando avevo paura, sapeva quando avevo bisogno di lui. Gli bastava guardarmi. Era il mio rifugio quando il mondo diventava troppo difficile da affrontare, il mio respiro quando mi mancava il fiato, la mia calma quando dentro di me c’era il caos. Alvin è stato il custode dei miei segreti, delle mie paure, delle mie fragilità, il custode di tutte quelle parti di me che per anni non ho mostrato a nessuno e che, davanti a lui, non ho mai avuto bisogno di nascondere o proteggere. Non ho mai avuto bisogno di essere forte, di fingere o spiegare poiché potevo semplicemente essere me stessa, in ogni mia fragilità, e sapevo che sarebbe rimasto lì. SEMPRE. E forse è per questo che, la cosa più difficile è quella più semplice: mi giro e lui non c’è. Non c’è nel posto in cui i miei occhi lo hanno cercato per quattordici anni. Eppure lo sento. Lo sento in un modo diverso, più profondo, più doloroso e allo stesso tempo più eterno. Perché Alvin è entrato così profondamente dentro di me che ormai è impossibile distinguere ciò che sono da ciò che lui ha lasciato in me. È impresso sulla mia pelle, nel mio cuore, nella mia mente, nel mio lavoro, nei miei gesti, nei miei ricordi, nei miei abiti, nel mio modo di amare, nel mio modo di essere. C’è Alvin ovunque. E ci sarà sempre. Le ultime settimane mi hanno fatto comprendere ancora di più quanto fosse immenso il legame che ci univa. Fino all’ultimo sguardo, fino all’ultimo istante, fino all’ultimo respiro. Accompagnarlo è stata ad oggi la cosa più difficile che abbia mai dovuto fare. Una parte di me sapeva che avrei dovuto lasciarlo andare, anche se tutto ciò che avrei voluto fare era stringerlo ancora più forte e dirgli di restare.
(Continua nei commenti)