07/09/2026
Il Folletto di Casperia
C’era una volta, incastonato tra le colline d’argento della Sabina, un piccolo borgo di pietra che sembrava disegnato dal tempo: Casperia. Con le sue viuzze strette che salivano a spirale, le scalinate ripide, gli archi silenziosi e i portoni di legno antico, il paese custodiva da sempre una quiete solenne. O almeno, così credevano tutti.
Nel cuore più nascosto di quei vicoli viveva infatti una creatura minuscola, vivace e imprevedibile. Era un folletto non più alto di una spanna, con due occhietti vispi color nocciola, orecchie a punta e un sorriso furbo sempre stampato sul viso. Vestiva con giubbe di panno color muschio, gilet arancioni e un buffo berretto a punta azzurro che non toglieva mai. Si diceva fosse arrivato lì molti anni prima, viaggiando dentro una cassa di vecchie leggende celtiche, attratto dall’amore che alcuni abitanti del borgo nutrivano per le terre d’Irlanda e i loro spiriti magici.
Quel piccolo essere, però, aveva un vizio incorreggibile: adorava fare i dispetti.
Non appena l’alba spuntava sui tetti di cotto, cominciava la sua ronda. Bastava un battito di ciglia e una fila di vasi di gerani rossi spariva da un davanzale per ricomparire, misteriosamente, sui gradini di un’altra casa. I tavolini e le sedie di paglia fuori dalle osterie si trovavano al mattino tutti spostati e capovolti, come se le pietre avessero danzato di notte.
Ma il suo scherzo preferito era un altro: arrivava furtivo davanti ai grandi portoni di legno, si arrampicava lesto fino al battacchio di ferro e… Toc! Toc! Toc! Tre colpi decisi, secchi. Poi saltava giù e correva a zampe levate dietro l'angolo, scivolando sotto un arco prima ancora che la porta potesse aprirsi. Gli abitanti si affacciavano perplessi, guardavano a destra e a sinistra nel vicolo deserto, scuotendo la testa: nessuno lo vedeva mai, ma nell'aria restava sempre una risatina sottile, come il fruscio del vento tra le foglie d’olivo.
In paese all'inizio tutti brontolavano, guardando con sospetto i vicini o incolpando il vento bizzarro della sera. Il folletto, dal canto suo, non si fidava degli umani: li osservava dall'alto delle grondaie, diffidente verso chiunque non fosse nato e cresciuto tra quelle mura antiche.
Un giorno, però, approdò a Casperia una donna venuta da lontano, da una grande isola baciata dal sole e bagnata dal mare profondo. Portava con sé la luce calda della sua terra, ma anche il timore di non essere capita in un luogo dove le tradizioni erano radicate come querce secolari.
Il folletto decise di metterla subito alla prova con i suoi trucchi migliori: le spostò i vasi di terracotta appena sistemati fuori dall'uscio, le scombinò i gomitoli e bussò per tre notti di fila alla sua porta, scappando a rotta di collo.
Ma la nuova arrivata non si arrabbiò né si mise a gridare. Capì che dietro quel borgo silenzioso e le sue abitudini c’era solo bisogno di un po’ di dolcezza. Così, la quarta sera, invece di attendere il colpo per inseguire il burlone, lasciò sul gradino di pietra un piattino con briciole di pane fresco, gocce di miele dorato e un rametto di mirto profumato, sussurrando nella penombra del vicolo un saluto gentile.
Il piccolo birbante, nascosto dietro una fioriera, rimase a bocca aperta. Nessuno prima d'allora gli aveva mai risposto con un gesto così premuroso. Si avvicinò cauto, assaggiò il miele, e sentì dentro di sé qualcosa sciogliersi, proprio come accade alle porte di Casperia quando vengono aperte con un sorriso.
Da quella sera, i dispetti non finirono del tutto — perché la natura di un folletto non si cambia mai —, ma divennero piccoli segnali di complicità. Il folletto smise di nascondersi con diffidenza e iniziò a vegliare su quel vicolo, custodendo la serenità di chi aveva saputo accoglierlo.
E ancora oggi, tra i vicoli acciottolati di Casperia, si racconta che farselo amico sia cosa rarissima. Ma a chi sa guardare oltre le apparenze con pazienza e gentilezza, il piccolo folletto regala il tesoro più prezioso che esista: il calore sincero di un luogo da poter chiamare, per sempre, casa.