24/02/2026
Corredi e vele spiegate
Lungo il corso delle sette fiumare oltre agli agrumi venivano coltivati, da sempre, anche i gelsi, la canapa ed il lino.
Soprattutto le donne svilupparono l'esperienza, la conoscenza e l'abilità necessarie alla trasformazione a domicilio delle materie prime in prodotti finiti e semilavorati che, oltre alle necessità familiari, servivano ad alimentare un florido mercato.
Per tutto l’Ottocento le sette fiumare con le loro donne furono il retroterra che alimentava di maestranze e di seta grezza le numerose filande di Villa San Giovanni, Cannitello e Reggio che venivano finanziate da capitali messinesi e stranieri.
L'industria serica si era considerevolmente sviluppata grazie all'allevamento del baco da seta, largamente diffuso fino alla prima metà dell'Ottocento, quando le coltivazioni di gelsi erano le più estese sul territorio. Si trattava di attività che erano radicate anche nelle famiglie contadine, che arrotondavano le magre
rendite dei poderi con i guadagni ottenuti dalla vendita dei bachi da seta e delle foglie di gelso alle filande del circondario.
Il lavoro della filatura e della tessitura era appannaggio quasi esclusivo delle donne: queste lavoravano le materie prime e le sete grezze che poi sarebbero state esportate in Francia e in Piemonte, per essere ulteriormente raffinate.
Nel circondario di Reggio e, soprattutto a Villa San Giovanni il tessuto delle filande, sostenuto da capitali forestieri, si era pertanto notevolmente irrobustito negli ultimi venti-trenta anni preunitari. Nel distretto di Reggio, già nel 1847, si poteva contare su 102 filande con 1.310 mangani, e la sola Villa San Giovanni contava ben 44 filande con 676 mangani, Reggio 16 con 252 mangani, Cannitello 14 e 146 mangani, le restanti 28 filande con 232 mangani erano distribuite tra Gallico (nove), Catona (otto), Campo C. (sei), e Pellaro (cinque).
All’indomani dell’Unità, la loro distribuzione si era modificata a favore dei centri più attivi. A Campo e a Salice ve ne erano quattro, sei a Gallina, otto a Scilla, nove a Rosalì, undici a Gallico, tredici a Catona, quattordici a Cannitello, trentotto a Villa San Giovanni e quarantatré a Reggio.
Se della storia nobile della seta, delle filande e dei nostri contadini che allevavano i bachi da seta abbiamo tracce evidenti che si sgretolano ogni giorno, sempre di più, e prima o poi svaniranno insieme ai ricordi delle donne anziane.
Nei piccoli centri pre-aspromontani erano attivi i maestri di cutra che con scampoli di seta e la lana riuscivano a confezionare le colorate trapunte per i mesi invernali. Sartoria artigiana e grandi professionalità perdute. Tanti viaggiatori del passato ci hanno lasciato traccia della lavorazione che a Reggio si faceva della Lana – Penna o Bisso con splendidi e rari drappi, di Bisso erano ricamati paludamenti sacerdotali e le porpore dei re. Nei conventi le suore ricamavano di Bisso preziosi panni.
Purtroppo abbiamo poche tracce della storia povera del lino e della canapa. Lungo il corso delle fiumare si facevano grandi piantagioni di lino e canapa le popolazioni erano sempre in lotta per trattenere nelle pozze l’acqua che serviva per la macerazione del lino e della canapa. Le donne di Scilla e Calanna con grande maestria e con i loro telai trasformavano in tele per fare camicie, mutande, e lenzuola. E di questi panni facevano incetta i mercanti fiumaresi per poi venderle a Messina.
Messina grande spaccio di tele, sete e corredi nuziali, alimentava i suoi commerci anche grazie al lavoro a domicilio delle donne dei piccoli centri che sorgevano lungo il corso delle sette fiumare.
Storie di lotte per l'acqua, lungo il corso delle fiumare, per far crescere le piante di canapa e lino, storie di corredi bianchi per le giovani spose e di mercanti che risalivano a piedi il corso delle fiumare, di corde e di vele spiegate ai venti del Mediterraneo.
Foto: Una donna calabrese lavora con l’arcolaio, 1924 (foto Gerhald Rohlfs)
Tratto dal libro: Storie delle sette fiumare