18/06/2026
Ieri sera mi imbatto in un video di una sposa. Una donna vera, non una modella, in un abito che la valorizzava splendidamente. Era felice. Si vedeva.
Vado a leggere i commenti.
!
Seicento. Settecento commenti per dirle che era orrenda, che l’abito le stava male, che aveva sbagliato tutto. Gente con un’intelligenza emotiva sviluppata nelle caverne, con la sicurezza di chi ha risolto ogni problema della propria vita e ha trovato finalmente uno scopo.
E poi i commenti tecnici. La scollatura, le maniche, il tessuto. La crème de la crème della sartoria italiana, radunata spontaneamente sotto un post. Grandi esperte la cui esperienza probabilmente si ferma ai copricostumi al profumo di arrosto, con cartamodelli scaricati da Etsy. Ma davanti a una sposa felice, scatta il senso del dovere.
Poi arriva la giustificazione: se pubblichi devi aspettarti i commenti. Come se la crudeltà fosse un servizio che offriamo gratis a chi ha il coraggio di esistere in pubblico.
Domanda semplice: avrebbero lo stesso coraggio di persona?
No. Lo sappiamo tutti.
Non stiamo parlando di grazia. Stiamo parlando di educazione elementare, quella che si insegna ai bambini di quattro anni. Eppure lo schermo cancella anche quella, e ci trasforma in persone che non vorremmo mai incontrare dal vivo.